Intervista settimanale diocesano LIBERTA.
- Pietra d'Angolo

- 17 feb
- Tempo di lettura: 7 min

Lo scorso 20 gennaio, l’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese, (rispondendo alla richiesta controfirmata dal vescovo di Ihosy, da don Francesco Meloni e dal nostro amministratore diocesano Mons Antonio Tamponi) ha prorogato di ulteriori tre anni la convenzione per il servizio pastorale in missione dei presbiteri diocesani fidei donum. La comunicazione è stata trasmessa a monsignor Tonino Canu in qualità di direttore del Centro missionario diocesano. Per effetto di quel provvedimento il nostro don Francesco Meloni, da tredici anni impegnato in Madagascar, resterà ancora nell’isola africana fino a tutto il 2028. Si tratta di un impegno importante e delicato che da oltre un decennio lega la diocesi di Sassari e quella di Ihosy. Ihosy è un centro urbano situato nella parte centro-meridionale dell’isola, capoluogo della regione di Ihorombe, distante 616 chilometri da Antananarivo. Rinomato per essere la «Porta del sud» nonché sede vescovile dal 1967, il centro si estende vicino all’altopiano dell’Ihorombe e costituisce un importante punto di passaggio verso sud. I giorni scorsi, abbiamo sentito don Francesco e gli abbiamo rivolto qualche domanda.
Francesco, come hai accolto la notizia della proroga?
«Desiderata e responsabilizzante. Una notizia desiderata, in quanto io stesso, dopo svariati colloqui, ho firmato la convenzione insieme al Vescovo di Ihosy e insieme al nostro Amministratore diocesano Mons. Antonio Tamponi. Difronte alla possibilità di chiudere questa cooperazione missionaria, in quanto la nostra arcidiocesi sta affrontando un nuovo modo di vivere la pastorale dovuto alla diminuzione del numero dei presbiteri, abbiamo pensato di continuare questo servizio in terra di missione. Dinanzi ad una evidente difficoltà numerica del clero, il buon Dio ci chiede ancora una volta di donare non nell’abbondanza. Un dono è effettivamente bello se gratuito e fatto anche nella difficoltà. Questo è per me “responsabilizzante”, nel senso che sento forte la gratitudine verso la diocesi turritana che continua a donare un presbitero “fidei donum” in terra di missione. È fantastico, dal mio punto di vista, che non ci facciamo condizionare da un semplice calcolo umano di quantistica sul numero dei presbiteri, delle parrocchie, dell’età dei nostri confratelli ma, sorretti dalla fede nel Dio di Gesù Cristo, continuiamo a rispondere positivamente al comando missionario della Chiesa. In tanti, tra confratelli e amici, tra un sorriso e una sottile provocazione, mi hanno posto difronte ad affermazioni del tipo: “Ora la missione è qui da noi!”… “I preti ora dall’Africa vengono qui!”… e queste provocazioni rientrano in quella strana parola “responsabilizzante” che mi fa capire ancor più quanto la chiesa turritana stia investendo con la mia presenza qui al sud del Madagascar».
Tredici anni sono lunghi e l’attività svolta finora è notevole, sia sul piano pastorale sia su quello «gestionale» nel senso più ampio del termine: vuoi farci una sintesi rapida di ciò che è stato fatto a Ihosy da quando sei lì?
«Questa affermazione “tredici anni sono lunghi”, con tutto il rispetto, mi fa sorridere un po’, perché realmente sento sulla mia pelle che siano volati e non bastino. Per quanto riguarda la domanda su cosa è stato fatto, potrei dire che abbiamo cercato di inserirci a pieno nello stile della pastorale della diocesi che ci ha accolto così come nella conoscenza di un popolo e una cultura molto differenti dalla nostra. Pian piano proprio partendo da una seppur lenta inculturazione, ci siamo concentrati su due canali dell’evangelizzazione che qui nella diocesi di Ihosy hanno la priorità: l’istruzione e la sanità. Questi due canali sono stati espressamente delineati dai vescovi che si sono susseguiti nella cura della diocesi di Ihosy. Due canali che portano l’uomo ad incontrare il Dio di Gesù Cristo. Attraverso l’istituzione di scuole materne e primarie nei villaggi lontani dal centro abitato stiamo cercando pian piano di far si che l’analfabetismo e l’ignoranza scolastica cedano il passo a uomini e donne, capaci innanzitutto di saper leggere e scrivere (e vi assicuro che non è scontato) ma soprattutto capaci di acquisire e saper gestire strumenti per combattere fragilità e povertà, promuovendo la libertà e lo sviluppo integrale. Ogni volta che ci siamo trovati a costruire una scuola, lo si è fatto dopo anni di cammino insieme agli abitanti di quel villaggio. Innanzitutto “conquistandoci” a vicenda attraverso la conoscenza e la fiducia, intessendo un dialogo intriso di presenza (secondo lo stile dell’Incarnazione) con gli adulti di quel villaggio che ci ha portato ad iniziare ad insegnare nelle loro case o sotto gli alberi. Soltanto dopo tanti anni, in alcuni villaggi, grazie all’aiuto indispensabile di benefattori, abbiamo costruito una struttura scolastica adatta ad accogliere quella che era una necessità già ben chiara e realmente desiderata. Istruzione non vuole dire soltanto la realizzazione delle cinque scuole materne ed elementari, ma anche una casa dello studente ad Analavoka, lì dove è presente l’unica scuola media nell’arco di 1500 km2. Tanti ragazzini che dopo la scuola elementare hanno il desiderio di continuare gli studi, seppur a tanti kilometri di distanza dalla propria famiglia, ora con la casa dello studente hanno un luogo sicuro per poter alloggiare e studiare durante gli anni della scuola media. Le borse di studio che in questi anni siamo riusciti a creare sono un investimento sia sulla persona che riceve questo incentivo, ma soprattutto per i villaggi che vedono pian piano i propri ragazzi realizzarsi anche da un punto di vista scolastico. Basti pensare che al nostro arrivo nel 2013 c’erano solo due ragazzi provenienti dai villaggi della nostra missione iscritti all’università, mentre ora abbiamo superato la trentina. A questo si aggiungono i tanti corsi di aggiornamento che in questi anni abbiamo offerto per gli insegnanti, per far si che la proposta educativa sia sempre più adeguata, sia nelle scuole di pertinenza della missione, così come per gli insegnanti della scuola gestita dallo Stato. Purtroppo qui in Madagascar per poter insegnare basta il diploma di scuola superiore, quindi possiamo immaginare di quanto ancora gli insegnanti abbiamo bisogno di aiuto pedagogico. La formazione non è stata indirizzata soltanto agli insegnanti, ma anche ai tanti giovani e adulti che ancora non hanno avuto accesso a corsi di alfabetizzazione, o ai tanti che in questi anni hanno partecipato a corsi tecnici di allevamento e agricoltura o gestione dei beni mobili e immobili. Quadrimestralmente i nostri catechisti e operatori pastorali, che negli anni stanno aumentando, hanno la possibilità di approfondire, attraverso corsi di formazione a loro dedicati, conoscenze in ambito biblico, liturgico e catechetico. Così pure gli operatori in ambito sanitario e gli operatori sociali. Oltre al campo dell’istruzione, utilizziamo anche il servizio alla sanità per l’evangelizzazione, attraverso l’opera segno della casa famiglia con tutta una serie di servizi rivolti all’uomo sofferente nel corpo e nello spirito. Più che delle strutture fisiche, per quanto nel minimo siano necessarie, abbiamo creato una realtà che potesse offrire alla persona gli strumenti per uno sviluppo integrale. Abbiamo voluto denominare questo ambiente “casa famiglia”, non nel senso comune del termine, ma come uno spazio relazionale. Una cornice che include tutti i servizi rivolti alla persona, la quale, per problemi economici, culturali, ambientali, sociali, personali, fisici, mentali ecc., si vede messa ai margini, discriminata ed esclusa dalla comunità, affinché ciascuno recuperi il posto che gli spetta dentro la comunità umana: la società. I vari servizi offerti all’interno del progetto casa famiglia sono: assistenza domiciliare, ostello della misericordia, affidamento familiare, centro diurno per persone con disabilità fisiche e mentali, centro di sostegno alla maternità, asilo nido, assistenza ospedaliera, accompagnamento all’ospedale, scuola di sostegno e accompagnamento all’acquisizione di tecniche per l’allevamento e l’agricoltura per tutti gli ospiti della casa famiglia.»
E nei prossimi tre anni cosa ti aspetta?
«Soltanto il buon Dio sa realmente cosa ci riserva il futuro e in che modo Lui vorrà farci continuare questa fantastica esperienza. Personalmente in questi anni mi accorgo quanto stiano aumentando gli impegni non soltanto per quanto il servizio al nostro distretto missionario ma sopratutto a livello diocesano. In questi anni mi è stato chiesto di collaborare più assiduamente per la gestione di un coordinamento pastorale che potesse aiutarci a crescere più metodologicamente e comunitariamente come diocesi: presbiteri, religiosi e laici impegnati in vario modo nel servizio ecclesiale. Inoltre dal 2022 abbiamo creato in diocesi una ONG che potesse aiutarci ad interfacciarci con altre realtà nazionali e internazionali, per accedere a bandi pubblici di progetto nella prospettiva dello sviluppo integrale della persona, e mi è stato chiesto in questo primo momento di crescita di coordinare il tutto. A questo si aggiunge l’incarico di referente per le attività formative pastorali e spirituali dei seminaristi del nostro seminario maggiore e dei giovani seminaristi che interrompono gli studi per due anni tra gli anni della filosofia e quelli della teologia, per un’esperienza concreta di pastorale e servizio con un prete diocesano».
Ci sono altri progetti pastorali in cantiere?
«L’obbiettivo pastorale che ci siamo posti per il proseguo del nostro servizio missionario è quello di rafforzare ancora di più la formazione dei nostri tanti collaboratori sia nella pastorale in senso stretto (catechisti, animatori…), così come per gli insegnanti e gli operatori sanitari e sociali. Bisogna investire tanto in energie, pazienza e fiducia affinché si possa raggiungere un buon livello di autosufficienza. La parola d’ordine è autonomia, sia nel servizio delle varie comunità cristiane così come nella gestione delle varie opere segno. È un obbiettivo che ci ha sempre accompagnato, ma ora più che mai lo sento fondamentale affinché i semi di bene piantati in questi anni possano crescere ed essere accuditi dagli stessi cristiani del luogo, nonostante noi».
L’anno scorso, come prevede la convenzione, hai trascorso tre mesi nella diocesi turritana, quale è stata l’accoglienza dei tuoi confratelli?
«Mi sono sentito accolto e amato da tanti, anche se purtroppo non ho potuto incontrare tutti i miei confratelli, nell’arco della mia permanenza in Italia. Innanzitutto è stato confortante aver incontrato tanti miei confratelli anziani e ammalati, che mi hanno incoraggiato e benedetto. Tanti i sacerdoti che anche attraverso il sorriso mi hanno fatto riflettere sulla reale situazione della nostra famiglia presbiterale, diminuita nei numeri ma non nella volontà di servire il buon Dio. Lo stesso amministratore diocesano mi ha voluto incontrare più volte, nonostante i suoi numerosi impegni, per capire e discernere con me quale via il Signore ci stesse indicando. Nell’arco dei circa tre mesi di permanenza italiana, posso dire con gioia che non ho avuto tempi morti, perché tanti confratelli sia loro personalmente, che insieme alle loro comunità cristiane, mi hanno voluto incontrare e con me confrontarsi su quella che è la vocazione missionaria ad gentes della nostra chiesa turritana».
È ragionevole pensare che prima o poi la tua esperienza missionaria si concluda, cosa riporterai «a casa», qual è l’insegnamento più importante che secondo te può avere un sacerdote in terra di missione?
«La bellezza del primo annuncio a chi ancora non conosce il Vangelo e il valore del tempo da assaporare come luogo dell’incontro. Penso che questi siano solo due di ciò che qui al sud del Madagascar mi stia aiutando a vivere il mio sacerdozio.»
Un domani potrebbe anche capitare che un giovane confratello, prossimo alla partenza in missione, ti chieda dei consigli, cosa gli dirai?
«Ciò che a me fu detto tredici anni fa penso sia ancora valido, e cioè: “Non aver paura! Cristo è già presente lì e ti attende. Abbi la pazienza e prudenza di scoprirLo tra le pieghe di una cultura e un popolo che ti diventeranno sempre più familiari»




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