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Intervista settimanale Libertà (di Antonio Meloni)

  • Immagine del redattore: Pietra d'Angolo
    Pietra d'Angolo
  • 5 set 2025
  • Tempo di lettura: 6 min
Santa Messa nel giorno del martirio dei Santi Gavino Proto e Gianuario (Porto Torres - Balai lontano)
Santa Messa nel giorno del martirio dei Santi Gavino Proto e Gianuario (Porto Torres - Balai lontano)

Nella regione dell’Ihorombe, a est del capoluogo Ihosy, nel distretto missionario di Analavoka, che si sviluppa per 1500 chilometri quadrati, da 12 anni, opera don Francesco Meloni, missionario fidei donum della diocesi di Sassari. Siamo in Madagascar, la quarta isola più grande del mondo situata nell’Oceano indiano, al largo della costa orientale dell'Africa, di fronte al Mozambico. L'aggettivo usato per indicarne la lingua nativa, le etnie e la cittadinanza è malgascio. La lingua malgascia è la prima del Madagascar e ha origini malesiane, ma la popolazione parla anche il francese, esito del passato coloniale. L’economia è basata principalmente su agricoltura, allevamento, estrazione e pesca. In Madagascar si distinguono diciotto gruppi etnici principali, prevalentemente di origine mista asiatica e africana, con elementi arabi ed europei. Tra questi c’è la tribù dei Bara che vive nella regione dell’Ihorombe situata nella parte centro-meridionale. I Bara vivono principalmente dall'allevamento di zebù una sottospecie di toro comune nei paesi tropicali. Fra le popolazioni malgasce, i Bara sono fra quelli che più degli altri hanno conservato credenze religiose e rituali. Reduce dalla missione in quella terra lontana, i giorni scorsi don Francesco è tornato in diocesi dove si fermerà per un periodo di tre mesi. Una provvidenziale boccata d’ossigeno prima di ripartire per la missione malgascia dove è impegnato in una importante opera di evangelizzazione. I giorni scorsi lo abbiamo incontrato e abbiamo colto l’occasione per farci raccontare il suo operato di missionario cattolico dentro una realtà certamente non facile che richiede, è vero, fede, dedizione e senso della testimonianza, ma anche tanta preparazione e altrettanto senso pratico.

 

Francesco, come è stato il rientro a casa?

«Direi bello, perché desiderato sia fisicamente che affettivamente. È da tre anni esatti che non rientravo in Italia, per cui sentivo il desiderio di “rallentare un po’ la presa” e riabbracciare familiari, amici e confratelli, soprattutto in questo particolare momento storico in cui la nostra diocesi ha salutato il vescovo Saba ed è in attesa del nuovo Pastore. Mi auguro di conoscere personalmente il nostro nuovo arcivescovo prima del mio rientro in Madagascar»

 

Ti è mancata la Sardegna?

«Il termine “mancanza” in senso stretto forse è eccessivo, senza voler sminuire le mie origini sarde, direi sorsesi. Mi sento fortunato ad esser stato inviato in Madagascar anch’essa un’isola, seppur geograficamente molto più grande, che offre paesaggi meravigliosi tra pianure, altopiani e fiumi che io non vedo però sfociare sul mare o sull’oceano perché la nostra missione è nell’entroterra. Bellezze culturali e artistiche affascinanti. Ma porto comunque nel mio vissuto che mi costituisce in quanto uomo e sacerdote la storia e cultura delle mie origini sorsensi, città solare e laboriosa. »

 

Come si svolge la giornata nella missione malgascia?

«Avendo un distretto missionario molto ampio, trascorro la maggior parte del tempo a visitare i villaggi, quindi in viaggio o cammino tra una comunità e l’altra. Nei due villaggi principali trascorro almeno due o tre giorni consecutivi per poi trasferirmi nei vari villaggi più lontani facendo un calendario a seconda delle celebrazioni o eventi. Più o meno la visita nelle altre 12 comunità cristiane si alterna con una cadenza trimestrale. La giornata ha inizio poco prima del sorgere del sole, più o meno alle 5 del mattino, e quasi ordinariamente in qualsiasi villaggio ci troviamo si celebra la Messa alle 6. In verità non esiste una vera e propria puntualità negli appuntamenti perché il ritmo dello stile di vita è molto più rilassato e concentrato sulle esigenze dei singoli che non sono presi dall’affanno di rispettare l’orario in sé e per sé. La visita alle famiglie solitamente si fa la mattina presto o in tarda serata perché gli abitanti del villaggio nella restante parte della giornata sono impegnati in generale con il pascolo dei buoi o il lavoro nelle risaie.»

 

Quanti siete e quali sono i compiti assegnati a ognuno?

«Per ora nel distretto missionario di Analavoka io sono l’unico presbitero stabile e ho la responsabilità di moderare il servizio pastorale nelle varie comunità cristiano-cattoliche sparse nei 41 villaggi, soprattutto nella visita, coordinazione delle religiose presenti, catechisti, operatori pastorali e sanitari e insegnanti. In uno di questi villaggi (Analavoka) sono presenti le Suore Francescane di Palagano da più di 20 anni e si occupano della scuola materna, elementare e media in quel villaggio oltre al servizio nella pastorale. Nel villaggio di Isifotra invece sempre da più di 20 anni sono presenti le suore manzelliane che si prendono cura di una scuola materna ed elementare e di un ambulatorio medico. In tutte le 14 piccole comunità cristiane è presente un catechista che presiede e modera la preghiera e l’evangelizzazione della comunità. Nel villaggio centrale di Analavoka abbiamo anche una casa dello studente per i ragazzi con un educatore responsabile e  nel villaggio di Isifotra invece abbiamo la “casa famiglia” con 17 operatori. Da circa un’anno è presente una signora originaria di Nulvi che per anni ha vissuto in Francia e ora ha scelto di prestare la sua presenza professionale aiutandoci nella coordinazione degli operatori della casa famiglia. Rimarrà sino a Marzo per ora. Ora ci è stato affidato un giovane diacono malgascio che da quest’anno mi affiancherà nel servizio pastorale insieme ad un presbitero per le celebrazioni domenicali.»    

 

Quali sono i motivi principali che richiamano i malgasci alla missione?

«Forse noi abbiamo l’idea della missione come un territorio ben delimitato al quale alcuni si affacciano o bussano per essere accolti. In realtà stiamo parlando di una presenza nel contesto semplice e quotidiano della vita del villaggio, dove il presbitero, la religiosa e il catechista condividono le attività quotidiane con tutti coloro che abitano in quel villaggio. Dall’attingere l’acqua al pozzo, al passeggiare verso il fiume o andare nella risaia, condividendo spesso anche i momenti più dolorosi di malattia e morte o gioiosi come i matrimoni o circoncisioni tradizionali o la festa della riesumazione dei morti. Questo convivere e condividere la quotidianità accende quella curiosità che ci mette in relazione, una curiosità reciproca per scelte di vita differenti ma che nella pratica quotidiana si congiungono nuovamente.»

 

Come hanno accolto il messaggio cristiano?

«La filosofia fondante la cultura malgascia prevede l’esistenza dell’unico Dio creatore chiamato “Zanahary” al quale però si uniscono tutti i nostri antenati. Quindi possiamo dire che c’è già un buon canale per accogliere poi l’annuncio del Dio di Gesù Cristo. È comunquemolto difficile per il popolo bara concepire il fatto che Dio Onnipotente, Creatore e Provvidente, si sia fatto carne, così come è difficile accogliere l’annuncio del Cristo vittorioso sulla morte. Ma la storia di evangelizzazione in Madagascar ci presenta esempi di vita bella e coraggiosa di chi accoglie l’annuncio del Vangelo e si fa testimone di questo Incontro.»

 

So che avete avviato diversi progetti importanti in settori vitali come la sanità, l’assistenza e l’istruzione: li vuoi accennare?

«Tutti i progetti sono legati alla pastorale, piccole opere segno del nostro voler vivere e condividere il Vangelo: abbiamo quindi 5 scuole rurali nei villaggi distanti dal centro missionario e puntiamo molto sulla formazione degli operatori scolastici e sanitari. Per i nostri collaboratori pastorali, siano essi catechisti che giovani animatori seguiamo un programma diocesano che noi promuoviamo con semplici momenti formativi.  Abbiamo cercato di incentivare alcune cooperative agricole e di artigianato. Sicuramente il progetto più affascinante e oneroso è la Casa famiglia avviata con don Emanuele nel 2015 un luogo semplice che accoglie persone con varie disabilità o ragazze in stato di gravidanza che respirano aria di famiglia accogliente e attenta alle loro singole necessità mediche, relazionali, sociali e la Casa dello Studente nella sede centrale di Analavoka, dove per ora vivono soltanto 36 ragazzi provenienti dai villaggi lontani.»

 

Sorprende che a poche ore di volo ci sia una realtà totalmente altra rispetto alla nostra…

«Vivendo al sud-est del Madagascar ti accorgi realmente che sei “dall’altra parte dell’equatore”, come dico spesso io proprio per evidenziare le differenze culturali ed esistenziali tra le nostre due realtà, quella italiana e quella africana distanti circa 13 ore di volo.»       

 

Fra le difficoltà che hai dovuto affrontare c’è la lingua, cosa si parla ad Analavoka?

«La lingua parlata è la lingua malgascia che nei villaggi del popolo bara ha una sua caratteristica dialettale utilizzata sia per le attività ordinarie della vita quotidiana così come per la celebrazione e la catechesi. Più passano gli anni, più questa lingua mi è familiare.»

 

Qual è la domanda più ricorrente che a te, sacerdote cattolico italiano, rivolgono i malgasci?

«Vivendo con un popolo impoverito, la domanda più ricorrente è quella di beni o soluzioni per uscire dall’impoverimento e dalla sofferenza, ma la loro curiosità più grande riguarda la scelta di fede che cerchiamo di vivere e annunciamo, e questo li porta spesso a chiedere il “come” è possibile che Dio creatore sia diventato uomo, e cosa porti il missionario a partire e vivere così lontano dalla sua famiglia e dai suoi affetti.»

 

Dopo questo periodo tornerai in Madagascar?

«Certo rientrerò per continuare il mio servizio missionario»


 
 
 

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