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  • Pietra d'Angolo

Saluto di don Piero Bussu

Don Piero Bussu, a nome del Presbiterio diocesano saluta don Francesco e don Emanuele durante la celebrazione dell'Invio missionario in cattedrale.



Sempre abbiamo rimarcato la necessità di essere Chiesa che esce, che deve vivere nel mondo per dare motivazioni e contenuti consoni al messaggio evangelico, che diciamo appartenerci. Abbiamo, anche, sottolineato come la staticità dei nostri gesti, la ripetitività delle nostre parole hanno generato e generano una stanchezza e una tiepidezza di carattere spirituale. E' come se la buona notizia fosse incorporato in una sorta di annuncio televisivo, scontato nell'essere dato, con la speranza di un possibile odiens che garantisca, seppur nel minimo, la sopravvivenza del palinsesto pensato. E' come se, invitati a qualche momento di festa, optassimo, nel pensare a qualche piccolo regalo, allo scontato e banale mazzo di fiori che si adatta a tutte le stagioni. Però, Don Francesco e Don Emanuele, non so questo mazzo di fiori. Cioè non sono l'alibi per tranquillizzare la nostra coscienza dicendo: per l'attività missionaria, per la nostra responsabilità di Chiesa locale che vive la missione...... abbiamo dato!!! Capiamo che se così fosse l'andare dei nostri presbiteri sarebbe un andare da soli; un andare senza essere mandati; un andare  finalizzato ad un loro desiderio che, seppur lodevole, rischierebbe di essere solamente una gratificazione personale. Ritengo, invece, che questa partenza possa e debba diventare per noi, chiesa locale, una grande opportunità. E' opportunità perché, perseverando nella fede, la nostra chiesa non abbia paura di aprire le porte del cenacolo ed uscendo farsi grembo per accogliere il mondo e sentirlo carne della sua carne; è opportunità perché ci viene data possibilità di attraversare le strade del mondo non standocene ai bordi, ma vivendole nella loro pienezza; è opportunità per recuperare il senso di appartenenza che, come chiesa, ci fa sentire parte integrante di un tutto e quindi non più chiusi in se stessi , non più figli o schiavi dei nostri stereotipi. Non importa sapere cosa faranno Don Emanuele e Don Francesco: certamente agiranno nello spirito di Cristo, nella verità e nella carità .Avremo modo di comunicare con loro! Quello che è urgente sapere è cosa, come chiesa, facciamo noi. Come, nel nostro territorio, renderemo autentico il nostro impegno nel divenire ed  essere popolo di Dio, che si pone a suo servizio, perché la verità che è Cristo raggiunga ogni persona. Se questo fosse, se la nostra identità di chiesa ha una sua ben definita fisionomia  Don Francesco e Don Emanuele saranno mandati, saranno espressione, immagine, conseguenza di una Chiesa che fa della missione-testimonianza la sua ragion d'essere. E' chiaro che questo presuppone una sorta di riposizionamento di noi chiesa nella nostra realtà locale che, attraversata da problematiche di vario genere, oggi più di ieri, ha bisogno di cristiani adulti nella fede che mettono in campo tutte le loro potenzialità per rendere un servizio alla stessa. E' ovvio che non siamo con le mani in mano; che non aspettiamo una qualsiasi forma di manna capace di darci le soluzioni possibili. Tuttavia, io penso, che una maggiore sinergia tra le diverse componenti, un maggiore spazio all'idea di diocesanietà; una certa forma di rinuncia al proprio io, sia questo parrocchiale, di gruppo, di associazione, favorirebbe un'azione più autentica, veritiera, capace di raggiungere le piaghe più profonde della nostra diocesi. A mio avviso, se questo levarsi le etichette, cioè questa sorta di elementi umani protettivi, si verifica allora Don Emanuele e Don Francesco sapranno ne di essere soli, ne di agire da soli. Per loro diventerà maggiore responsabilità; saranno chiamati ad essere ponte tra due chiese che, seppur distanti, tuttavia condivideranno lo stesso calice e lo stesso pane; sentiranno di essere chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica. E' come dire: la partenza dei due missionari non è un mezzo da utilizzare, forse per giustificarci, come è stato detto, ma un fine da raggiungere: un fine esclusivamente finalizzato alla crescita di tutti noi come popolo di Dio. Punto fermo: l'urgenza di uscire a seminare. Ma anche la consapevolezza che Dio cammina davanti a noi. E' chiaro che alla fatica va tutti piangendo, ma è anche certo che si ritorna con passo di danza portando a casa i nostri covoni. Questo, naturalmente, non per vana gloria, ma perché siamo servi inutili.

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